La carriera di Marina Spadafora, dalle prime collezioni nella Milano degli anni Novanta all’impegno internazionale per una produzione tessile più responsabile, diventa il racconto autobiografico di Se sembra impossibile, puoi farlo. Una vita nella moda, con una missione speciale. Il volume, pubblicato da Solferino il 2 ottobre 2026, ripercorre le esperienze professionali e personali che hanno portato la stilista a interrogarsi sulle condizioni di lavoro, sui materiali utilizzati e sulle conseguenze ambientali dell’industria dell’abbigliamento.
Nell’intervista rilasciata a Vogue Italia il 26 ottobre, Spadafora ricostruisce alcuni passaggi decisivi del proprio percorso, soffermandosi sulla formazione internazionale, sulle collaborazioni con importanti marchi del lusso e sulla successiva scelta di dedicarsi alla moda etica. Una trasformazione maturata attraverso esperienze professionali molto diverse, fino al lavoro con comunità artigiane e organizzazioni impegnate nel commercio equo.
Il rapporto tra Marina Spadafora e la moda sostenibile emerge così da una storia professionale costruita inizialmente intorno alla ricerca estetica e successivamente ampliata alle responsabilità sociali della produzione. Il nuovo libro, di 304 pagine, appartiene alla collana Tracce e segue una precedente pubblicazione dedicata agli stessi temi, La rivoluzione comincia dal tuo armadio, scritta nel 2020 insieme alla giornalista Luisa Ciuni.
Dalla maglieria di Bolzano alla moda internazionale
Le origini del percorso di Spadafora risalgono all’infanzia a Bolzano, in una famiglia legata alla produzione di maglieria. Il contatto quotidiano con filati, colori e lavorazioni tessili contribuisce alla formazione di una sensibilità che accompagnerà le successive esperienze creative. La conoscenza dei materiali precede quindi l’ingresso nel sistema professionale della moda e costituisce uno degli elementi ricorrenti nella sua ricerca.
Nell’intervista a Vogue Italia, la stilista ricorda anche il legame della famiglia con la Valanga Azzurra, la nazionale italiana di sci protagonista di importanti successi negli anni Settanta. L’attività agonistica praticata fin da bambina e l’ambiente imprenditoriale familiare rappresentano due componenti della sua formazione, accanto all’interesse per il disegno e per le possibilità espressive della maglieria.
Il trasferimento negli Stati Uniti segna un cambiamento significativo. Tra Miami, Los Angeles e New York, Spadafora entra in contatto con ambienti artistici nei quali moda, fotografia e spettacolo condividono linguaggi e collaborazioni. Frequenta il Fashion Institute of Design and Merchandising e conosce creativi destinati a sviluppare carriere internazionali, tra cui il fotografo David LaChapelle.
Gli anni americani ampliano le possibilità della sua ricerca. La moda californiana, caratterizzata da un rapporto informale con l’abbigliamento, introduce combinazioni cromatiche, stampe e soluzioni stilistiche differenti rispetto alla tradizione italiana. Le esperienze come costumista e le collaborazioni con fotografi e artisti contribuiscono a definire un approccio progettuale nel quale l’abito dialoga con altri linguaggi visivi.
Negli anni Novanta arriva a Milano, mentre il sistema italiano della moda attraversa una fase di forte visibilità internazionale. Lancia le proprie collezioni e lavora con fotografi come Mario Testino, Max Vadukul ed Enrique Badulescu. La sua attività comprende successivamente collaborazioni con Ferragamo, Prada, Miu Miu e Marni, esperienze documentate anche nella presentazione editoriale del nuovo volume.
Questa parte della carriera consente di comprendere meglio il legame tra Marina Spadafora, moda sostenibile e ricerca creativa. La successiva attenzione alle filiere produttive nasce infatti da una conoscenza diretta delle dinamiche dell’industria, dei processi di sviluppo delle collezioni e delle competenze necessarie per trasformare un progetto stilistico in un prodotto destinato al mercato.
La scelta di cambiare percorso professionale
Il passaggio verso una moda maggiormente attenta alle persone e all’ambiente viene raccontato attraverso una vicenda personale. Durante una giornata di lavoro in ufficio stile, Spadafora riceve dal marito la notizia che la figlia Stella ha avuto un incidente e deve essere accompagnata in ospedale.
L’episodio la porta a riconsiderare un’organizzazione professionale che richiedeva una disponibilità particolarmente elevata, anche durante i fine settimana. Nelle risposte a Vogue Italia, la stilista collega direttamente quella circostanza alla decisione di cercare un’attività più coerente con le proprie priorità familiari e personali.
Non si tratta, nel suo racconto, dell’abbandono del lavoro creativo. Cambia piuttosto il tipo di progetto al quale applicare le competenze acquisite. Spadafora inizia a interessarsi a modelli produttivi nei quali la qualità dell’abito venga valutata insieme alle condizioni di chi lo realizza, alla provenienza delle materie prime e alle relazioni economiche tra committenti e produttori.
La direzione assunta viene sintetizzata nell’espressione Fashion with a Mission, diventata il motto della sua attività. La scelta conduce a esperienze in Africa e successivamente in altri Paesi, tra cui India, Nepal e Vietnam, dove il lavoro a contatto con comunità artigiane assume un’importanza crescente.
La ricostruzione autobiografica include anche momenti difficili, dalla crisi dell’azienda di famiglia alle esperienze legate alla malattia. Nel libro questi avvenimenti affiancano i risultati professionali e contribuiscono a spiegare le motivazioni personali delle scelte successive.
Materiali, artigianato e commercio equo: il lavoro con Altromercato
Una delle esperienze più significative per il percorso di Marina Spadafora nella moda sostenibile è la direzione creativa di Auteurs du Monde, linea di abbigliamento e accessori legata ad Altromercato. L’incarico permette alla designer di lavorare con artigiani di diversi Paesi e di confrontarsi con modalità di produzione differenti da quelle abitualmente utilizzate dall’industria della moda internazionale.
Il rapporto con l’artigianato introduce una questione concreta: il valore di un prodotto tessile dipende anche dalle competenze necessarie per realizzarlo. La scelta di una fibra, la costruzione di un tessuto, una tintura o una particolare lavorazione manuale influenzano l’aspetto finale dell’abito, la sua qualità e i tempi di produzione.
Nel lavoro con le comunità artigiane, secondo quanto raccontato dalla stilista, assume rilievo anche la possibilità di preservare conoscenze produttive radicate nei territori. La collaborazione tra designer e artigiani può favorire l’incontro tra esigenze commerciali contemporanee e tecniche tradizionali, purché il rapporto riconosca il contributo professionale dei produttori locali.
Il commercio equo aggiunge una dimensione economica a questo approccio. Le condizioni di acquisto, la remunerazione del lavoro e la continuità delle relazioni commerciali diventano aspetti da considerare insieme al progetto stilistico. La sostenibilità sociale riguarda infatti le modalità con cui il valore economico viene distribuito lungo la filiera, dalla produzione delle materie prime alla confezione.
Occorre tuttavia distinguere il valore sociale delle lavorazioni artigiane dai loro risultati ambientali. Una produzione manuale non è automaticamente meno impattante di una industriale. Il consumo di acqua, l’energia necessaria, i trattamenti chimici, i trasporti e la durata dei prodotti incidono sul bilancio ambientale indipendentemente dalla dimensione dell’impresa.
Anche la scelta di fibre naturali non garantisce, da sola, una produzione sostenibile. Il cotone, per esempio, presenta caratteristiche differenti a seconda delle pratiche agricole, dei consumi idrici e dei trattamenti successivi. Le fibre sintetiche pongono questioni legate all’origine delle materie prime e al rilascio di microplastiche, ma ogni confronto richiede di considerare l’intero ciclo di vita del prodotto.
La ricerca sui materiali deve quindi essere accompagnata da informazioni verificabili sui processi produttivi. Per un’impresa tessile, questo significa conoscere la provenienza delle fibre, valutare le sostanze impiegate nelle lavorazioni e monitorare le condizioni dei fornitori. Sono elementi che possono contribuire a ridurre gli impatti, ma che richiedono misurazioni e controlli per essere valutati correttamente.
Fashion Revolution e la questione della trasparenza nelle filiere
L’impegno di Marina Spadafora per la moda sostenibile si sviluppa anche attraverso Fashion Revolution, movimento internazionale nato dopo il crollo del complesso produttivo Rana Plaza, avvenuto in Bangladesh il 24 aprile 2013. La tragedia, nella quale morirono oltre 1.100 persone, rese evidente la gravità delle condizioni di sicurezza in alcune filiere dell’abbigliamento destinate ai mercati internazionali.
Spadafora ricopre il ruolo di coordinatrice nazionale italiana del movimento, impegnato nella sensibilizzazione sulle condizioni di lavoro e sulla trasparenza produttiva. La campagna internazionale Who Made My Clothes? invita consumatori e aziende a interrogarsi sull’origine degli indumenti e sulle persone coinvolte nella loro realizzazione.
La questione riguarda un sistema produttivo articolato, nel quale un singolo capo può attraversare diversi Paesi prima di arrivare nei negozi. Filatura, tessitura, tintura, confezione e distribuzione possono essere affidate a imprese differenti, con livelli di controllo e tracciabilità non sempre omogenei.
Conoscere il fornitore incaricato della confezione non equivale necessariamente a conoscere l’intera catena produttiva. Le materie prime possono provenire da altri operatori, mentre alcune lavorazioni vengono affidate a subfornitori. La trasparenza richiede pertanto strumenti di raccolta delle informazioni e procedure capaci di verificare le dichiarazioni ricevute.
Nell’intervista del 26 ottobre, Spadafora individua nella giustizia sociale e nel salario dignitoso due obiettivi centrali delle campagne per una moda più equa. Esprime inoltre una posizione precisa sulla distribuzione dei profitti, auspicando una maggiore partecipazione dei lavoratori ai risultati economici delle imprese, anche attraverso forme di coinvolgimento azionario.
Si tratta di una proposta della stilista, non di una caratteristica generalmente adottata dall’industria dell’abbigliamento. La partecipazione dei dipendenti agli utili, la contrattazione salariale e gli obblighi di trasparenza appartengono a strumenti differenti, che possono incidere sulle condizioni lavorative attraverso meccanismi economici e giuridici specifici.
La presenza di Fashion Revolution nel percorso professionale di Spadafora mostra anche come la discussione sulla sostenibilità si sia progressivamente spostata dal comportamento dei singoli consumatori alle responsabilità delle imprese e delle catene di fornitura.
L’impatto ambientale del tessile e i dati europei
L’esperienza raccontata da Marina Spadafora nella moda sostenibile si confronta con un settore caratterizzato da consumi consistenti di risorse e da problemi ancora aperti nella gestione dei rifiuti.
Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, nel 2022 il consumo apparente di prodotti tessili nell’Unione europea ha raggiunto una media di 19 chilogrammi per abitante, rispetto ai 17 chilogrammi del 2019. Il dato comprende abbigliamento, tessili per la casa e calzature, rispettivamente per circa 8, 7 e 4 chilogrammi pro capite.
La misura deriva dalle statistiche sulla produzione e sugli scambi commerciali e non indica quanti chilogrammi di vestiti siano stati acquistati individualmente da ogni cittadino. Rappresenta invece una stima della quantità di prodotti immessi nel mercato europeo, utile per comprendere le dimensioni complessive dei consumi.
La produzione tessile comporta impatti distribuiti lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti. La coltivazione o la sintesi delle fibre, i processi di tintura e finissaggio, la confezione, il trasporto e il trattamento degli indumenti a fine utilizzo contribuiscono, con intensità differenti, al consumo di risorse e alle emissioni.
La durata degli abiti costituisce una variabile rilevante. Prodotti utilizzati per periodi più lunghi possono ridurre la necessità di nuovi acquisti, soprattutto quando vengono riparati, riutilizzati o mantenuti in circolazione attraverso il mercato dell’usato. Il beneficio effettivo dipende comunque dalla sostituzione di nuova produzione e dalle condizioni concrete di utilizzo.
Sono aspetti che rendono insufficiente classificare un capo come sostenibile sulla base di una sola caratteristica, come la presenza di una fibra riciclata o una lavorazione artigianale. Una valutazione attendibile richiede informazioni sulla composizione, sulla produzione, sulla durabilità e sulla gestione del prodotto a fine vita.
La posizione espressa da Spadafora, che attribuisce alla moda una responsabilità sociale e ambientale, appartiene al piano culturale e professionale. I dati dell’Agenzia europea dell’ambiente descrivono invece fenomeni misurabili su scala settoriale. Tenere distinti questi due livelli consente di riconoscere il contributo del dibattito sulla moda etica senza trasformare le intenzioni dei designer in risultati ambientali automaticamente dimostrati.
Il nuovo libro e l’attenzione alle generazioni di designer
Se sembra impossibile, puoi farlo amplia il racconto professionale già affrontato da Spadafora nelle sue attività pubbliche e formative. Rispetto a La rivoluzione comincia dal tuo armadio, pubblicato nel 2020 insieme a Luisa Ciuni e dedicato alla conoscenza della moda sostenibile, il nuovo volume sceglie una prospettiva autobiografica.
La ricostruzione comprende incontri con personalità del cinema e della fotografia, esperienze nell’industria del lusso, collaborazioni internazionali e vicende familiari. Tra i ricordi compare anche Audrey Hepburn, madre del secondo marito della stilista, descritta come una presenza significativa nella sua vita.
La dimensione personale permette di seguire le diverse fasi di una carriera attraversata da cambiamenti professionali importanti. Il volume racconta il passaggio dalla progettazione di collezioni alla direzione creativa di iniziative legate al commercio equo, fino all’attivismo e all’insegnamento.
La formazione occupa infatti un posto stabile nelle attività di Spadafora, che insegna moda etica in istituzioni accademiche italiane e internazionali. Il confronto con gli studenti riguarda la necessità di affiancare alle competenze stilistiche una conoscenza più ampia del funzionamento della filiera.
La preparazione di un designer comprende la capacità di selezionare i materiali, conoscere le lavorazioni e tradurre un’idea in un prodotto realizzabile. L’attenzione alla sostenibilità aggiunge ulteriori responsabilità, dalla valutazione dei fornitori alla comprensione delle implicazioni ambientali delle scelte progettuali.
Per Marina Spadafora, moda sostenibile e formazione professionale sono strettamente collegate: la possibilità di modificare le pratiche produttive passa anche dalle competenze di chi entrerà nelle aziende, nei laboratori e negli uffici stile.
Nel corso della sua carriera, la stilista ha ricevuto nel 2015 il Women Together Award a New York e ha partecipato a iniziative internazionali dedicate alla moda responsabile. Il suo impegno prosegue attraverso Fashion Revolution e l’attività didattica, mentre la pubblicazione autobiografica introduce una nuova occasione di confronto pubblico.
Tra gli appuntamenti annunciati figura la presentazione del libro alla Trento Fashion Week, prevista per il 13 novembre 2026 alla Sala Sosat di Trento, con un dialogo insieme alla designer Sabrina Greta Tamanini. Nell’intervista a Vogue Italia, Spadafora indica inoltre tra i propri progetti futuri una pubblicazione in lingua inglese e l’eventuale adattamento della sua storia per il cinema e la televisione. Si tratta di intenzioni dichiarate, per le quali non risultano annunciati accordi produttivi definitivi.
