Dal 2 novembre 2026, i ricercatori affiliati a università e istituti scientifici di undici Paesi europei possono pubblicare gratuitamente i risultati dei propri studi su Open Research Europe, anche quando le loro attività non sono finanziate da programmi dell’Unione europea. La novità riguarda direttamente l’Italia e modifica uno dei principali requisiti di accesso alla piattaforma, nata nel 2021 su iniziativa della Commissione europea.
L’ampliamento è stato ufficializzato da Bruxelles il 3 novembre e interessa una comunità potenziale di oltre 2,5 milioni di ricercatori. Il servizio permette di rendere disponibili articoli e altri contributi scientifici senza commissioni a carico degli autori, attraverso un sistema editoriale che prevede controlli preliminari e una successiva revisione pubblica da parte di esperti.
A sostenere economicamente il progetto sono sedici organizzazioni europee impegnate nel finanziamento e nello svolgimento della ricerca, insieme alla Commissione europea. Le risorse annunciate sfiorano i 17 milioni di euro per il periodo 2026-2031, con un contributo comunitario che potrà raggiungere i 10 milioni.
La gestione operativa della piattaforma passa inoltre al CERN di Ginevra, l’organizzazione europea per la ricerca nucleare, già impegnata nello sviluppo di infrastrutture digitali destinate alla comunità scientifica internazionale.
Chi può pubblicare sulla piattaforma europea
Austria, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Slovenia, Spagna, Svezia e Svizzera sono gli undici Paesi interessati dall’estensione dei requisiti di ammissibilità.
La distinzione da chiarire riguarda il rapporto tra ricercatore e istituzione. Il requisito principale è l’affiliazione scientifica, non la cittadinanza. Uno studioso straniero che lavora presso un’università italiana può quindi rientrare tra gli autori ammissibili, così come un ricercatore italiano affiliato a un’organizzazione scientifica di uno degli altri Paesi aderenti.
La possibilità di pubblicazione riguarda università, centri di ricerca e strutture che svolgono attività scientifica, comprese le unità di ricerca degli ospedali universitari e delle imprese. Sono inoltre previste condizioni di accesso per ricercatori finanziati da organizzazioni ammissibili.
Un’altra novità sostanziale è l’eliminazione del precedente vincolo generale legato ai finanziamenti europei. In origine, Open Research Europe era stata progettata principalmente per pubblicare i risultati prodotti nell’ambito dei programmi comunitari di ricerca e innovazione. Con il nuovo assetto, un ricercatore affiliato a un istituto italiano può presentare anche uno studio sviluppato senza un finanziamento specifico dell’Unione europea.
Restano valide le possibilità di pubblicazione per gli autori coinvolti in progetti finanziati o cofinanziati dall’UE, tra cui Horizon Europe, Horizon 2020 e diverse iniziative di cooperazione scientifica. L’ammissibilità si estende inoltre agli autori affiliati o finanziati da membri istituzionali del progetto, come CERN, CNRS francese e CSIC spagnolo.
Per presentare un lavoro con più autori è sufficiente che almeno uno soddisfi i requisiti previsti. L’identità e l’affiliazione devono comunque essere verificabili attraverso documentazione istituzionale, come un indirizzo email accademico, una pagina ufficiale del dipartimento o un’attestazione appropriata.
Il ruolo dell’Italia e le opportunità per università e centri di ricerca
L’adesione italiana è stata formalizzata attraverso il Ministero dell’Università e della Ricerca, che il 2 novembre ha annunciato l’apertura della piattaforma ai ricercatori affiliati a istituzioni nazionali.
La decisione interessa un sistema scientifico composto da università, enti pubblici di ricerca, istituti specializzati e numerose altre organizzazioni impegnate nella produzione di conoscenza.
Sul piano economico, il vantaggio è facilmente comprensibile. Molte riviste scientifiche ad accesso aperto utilizzano un modello nel quale gli autori, oppure le istituzioni che li finanziano, sostengono una commissione di pubblicazione, comunemente indicata con la sigla APC, dall’inglese Article Processing Charge.
L’importo dipende dall’editore e dalla rivista. Per i gruppi di ricerca con disponibilità economiche limitate, questi costi possono incidere sulle decisioni relative alla diffusione dei risultati, soprattutto quando un progetto produce più pubblicazioni o non dispone di fondi specificamente destinati alle spese editoriali.
Su Open Research Europe gli autori ammissibili non devono pagare tali commissioni. I costi del servizio sono coperti collettivamente dalle organizzazioni aderenti.
Questo meccanismo può risultare particolarmente utile per i ricercatori all’inizio della carriera, per i gruppi che lavorano su fondi ordinari e per le attività scientifiche che non rientrano in grandi progetti finanziati.
La gratuità della pubblicazione non significa, naturalmente, che tutte le spese della ricerca vengano eliminate. Rimangono i costi necessari per realizzare gli studi, raccogliere dati, utilizzare laboratori e sostenere il personale. A essere finanziato attraverso il modello collettivo è il processo editoriale offerto dalla piattaforma.
Per gli atenei italiani si apre anche una possibilità di gestione più prevedibile delle spese legate alla comunicazione scientifica. La disponibilità di un canale senza commissioni per gli autori può affiancare gli accordi già esistenti con gli editori accademici, senza necessariamente sostituirli.
Come funziona la revisione scientifica aperta
Il modello editoriale adottato da Open Research Europe presenta una differenza significativa rispetto al percorso tradizionale seguito da molte riviste scientifiche.
Nelle pubblicazioni accademiche convenzionali, gli articoli vengono normalmente sottoposti alla valutazione di esperti prima della loro accettazione definitiva. Il processo può richiedere successive revisioni e, in numerosi casi, i giudizi dei revisori rimangono riservati.
La piattaforma europea utilizza invece un sistema denominato Publish, Review, Curate, che separa la pubblicazione iniziale dalla successiva valutazione scientifica.
Il manoscritto viene innanzitutto esaminato dalla redazione. Sono effettuati controlli sull’originalità, sull’identità degli autori, sulla correttezza formale, sull’integrità delle immagini, sul rispetto delle indicazioni etiche e sulla disponibilità dei dati necessari a documentare la ricerca. Vengono inoltre verificati i requisiti relativi alla tipologia del contributo e alla sua presentazione in lingua inglese.
Se supera questa fase, il lavoro viene preparato editorialmente, pubblicato e identificato attraverso un DOI, il codice digitale permanente utilizzato per riconoscere e citare le pubblicazioni scientifiche.
La pubblicazione iniziale non equivale però al superamento della revisione scientifica.
Soltanto dopo la diffusione del lavoro intervengono i revisori invitati, chiamati a esaminarne metodi, risultati, interpretazioni e solidità delle conclusioni. I loro giudizi vengono resi pubblici, insieme ai nomi degli esperti che hanno effettuato la valutazione.
Gli autori possono rispondere alle osservazioni e presentare versioni aggiornate dello studio. Il percorso di revisione rimane quindi consultabile e permette di ricostruire le eventuali modifiche apportate dopo il confronto scientifico.
Questo sistema non attribuisce automaticamente attendibilità a qualunque articolo pubblicato. I controlli editoriali preliminari sono distinti dalla valutazione specialistica e un contributo può ricevere osservazioni critiche anche dopo essere diventato pubblico.
La distinzione interessa soprattutto chi consulta risultati scientifici per utilizzarli in altri lavori, in documenti istituzionali o nell’informazione. La presenza di un DOI e la disponibilità online non certificano, da sole, che uno studio abbia già superato positivamente il giudizio degli esperti.
Pubblicare senza commissioni e leggere gratuitamente sono due condizioni diverse
L’espressione open access viene spesso associata alla possibilità di consultare gratuitamente una pubblicazione scientifica. È una caratteristica importante, ma non descrive necessariamente il trattamento economico riservato agli autori.
Una rivista può permettere la lettura libera dei propri articoli e richiedere comunque il pagamento di una commissione per pubblicarli. In questo caso il costo viene trasferito dall’abbonamento del lettore alla fase di pubblicazione.
Il modello adottato da Open Research Europe elimina entrambe le barriere economiche: gli autori ammissibili non pagano per pubblicare e i lettori possono accedere ai lavori senza sottoscrivere abbonamenti.
Esiste però una differenza nei requisiti. La possibilità di presentare un articolo dipende dall’ammissibilità dell’autore, mentre la consultazione delle pubblicazioni è aperta a tutti, indipendentemente dal Paese di provenienza o dall’appartenenza a un’istituzione scientifica.
Un medico, un insegnante, uno studente universitario o un cittadino interessato a una determinata ricerca può quindi leggere i contenuti senza dover dimostrare alcun rapporto con le organizzazioni finanziatrici.
Le pubblicazioni vengono distribuite con licenze Creative Commons CC BY, che consentono il riutilizzo dei contenuti nel rispetto delle condizioni previste, tra cui l’attribuzione della paternità dell’opera.
La disponibilità dei dati alla base degli studi costituisce un ulteriore elemento del progetto. Le politiche editoriali richiedono infatti agli autori di documentare adeguatamente i materiali utilizzati e di renderli accessibili quando possibile, tenendo conto delle limitazioni applicabili, comprese quelle etiche e relative alla riservatezza.
Un’infrastruttura sostenuta da diciassette organizzazioni
Il cambiamento annunciato a novembre riguarda anche la struttura amministrativa ed economica del servizio.
La Commissione europea, che aveva avviato Open Research Europe nel 2021, partecipa ora a un modello di finanziamento condiviso con sedici organizzazioni nazionali e istituzionali. Il gruppo comprende soggetti che sostengono economicamente la ricerca e istituzioni che la svolgono direttamente.
La gestione tecnica e operativa è affidata al CERN, mentre gli indirizzi strategici sono definiti attraverso una governance collettiva.
La scelta del CERN risponde anche alla necessità di garantire continuità a un’infrastruttura scientifica che deve conservare nel tempo pubblicazioni, identificativi digitali, documenti di revisione e informazioni bibliografiche.
L’organizzazione ginevrina possiede già esperienza nella gestione di servizi aperti alla comunità accademica, tra cui Zenodo, il repository utilizzato per condividere risultati e materiali della ricerca.
La nuova piattaforma impiega inoltre Open Journal Systems, un software open source per la gestione delle pubblicazioni accademiche sviluppato nell’ambito del Public Knowledge Project. Le funzionalità realizzate appositamente per Open Research Europe saranno rese disponibili anche alla più ampia comunità che utilizza questo sistema.
Il passaggio al nuovo assetto non comporta la perdita dei contributi precedentemente pubblicati: gli articoli storici, le relative revisioni e i riferimenti bibliografici rimangono disponibili, conservando gli identificativi già assegnati.
Nei primi cinque anni di attività, secondo i dati diffusi dal CERN, la piattaforma ha pubblicato oltre 1.500 articoli, firmati complessivamente da più di 7.800 autori appartenenti a oltre 4.000 istituzioni nel mondo.
Il numero di 2,5 milioni di ricercatori indicato in occasione dell’ampliamento rappresenta invece la platea potenzialmente interessata dalle nuove condizioni, non il numero di utenti già registrati o di autori che hanno effettivamente pubblicato.
Spazio anche ai risultati negativi e agli studi di conferma
L’estensione dell’accesso riguarda pubblicazioni appartenenti a discipline molto diverse: scienze naturali, medicina, ingegneria, agricoltura, scienze sociali e discipline umanistiche.
La piattaforma accoglie inoltre tipologie di contributi che non sempre trovano lo stesso spazio nelle riviste accademiche tradizionali.
Accanto agli articoli di ricerca possono essere presentati protocolli di studio, note sui dati, lavori metodologici e studi di replicazione. Sono ammessi anche risultati negativi o confermativi, purché rispettino i requisiti scientifici ed editoriali previsti.
La possibilità di diffondere questi materiali risponde a un problema conosciuto nella comunicazione scientifica: la maggiore visibilità riservata alle ricerche che producono risultati nuovi, positivi o particolarmente significativi.
Uno studio che non conferma l’ipotesi iniziale può comunque fornire informazioni utili, evitare la ripetizione di esperimenti già condotti e contribuire alla verifica di risultati precedenti.
La disponibilità pubblica dei protocolli e delle valutazioni successive permette inoltre di distinguere con maggiore chiarezza ciò che era stato progettato prima dell’esperimento dalle interpretazioni formulate dopo la raccolta dei dati.
Per i ricercatori italiani, questa apertura amplia le possibilità di documentare anche fasi della ricerca che difficilmente diventerebbero oggetto di un articolo scientifico convenzionale.
Resta comunque necessario rispettare le regole sull’originalità dei contributi. Un lavoro già sottoposto contemporaneamente alla valutazione di un’altra rivista non può essere presentato liberamente senza considerare le condizioni editoriali applicabili.
Le implicazioni per la valutazione della ricerca scientifica
La nuova fase di Open Research Europe introduce anche una questione che riguarda direttamente gli atenei e gli enti di ricerca: il rapporto tra pubblicazione scientifica e valutazione dei risultati.
La piattaforma dichiara di non voler richiedere un Impact Factor, l’indicatore bibliometrico comunemente associato alle riviste scientifiche. L’obiettivo è privilegiare la valutazione dei singoli contributi rispetto al prestigio attribuito alla sede editoriale.
Questa impostazione non modifica automaticamente le regole utilizzate dalle università italiane per concorsi, progressioni di carriera, abilitazioni o procedure di valutazione della ricerca.
L’utilità di una pubblicazione ai fini amministrativi e accademici continua infatti a dipendere dai criteri applicabili alle singole procedure, dalle caratteristiche del contributo e dagli eventuali requisiti di indicizzazione richiesti.
Occorre distinguere anche la disponibilità immediata di un articolo dalla sua successiva presenza nelle banche dati bibliografiche. La piattaforma prevede specifiche condizioni per l’indicizzazione dei lavori che hanno superato la revisione, mentre l’inclusione nei singoli repertori dipende dalle rispettive procedure di valutazione e approvazione.
Per gli istituti italiani, quindi, la scelta di pubblicare attraverso questo canale richiede di considerare sia la diffusione dei risultati sia gli obiettivi accademici del ricercatore.
L’ampliamento del novembre 2026 offre una possibilità concreta soprattutto a chi produce studi al di fuori dei grandi programmi comunitari: rendere pubblici i risultati senza sostenere spese editoriali dirette, conservando la tracciabilità delle revisioni e delle successive versioni.
Il confronto con i modelli tradizionali di pubblicazione si sposta così anche sulla gestione delle risorse economiche e sulla trasparenza del processo scientifico, due aspetti sui quali università ed enti di ricerca saranno chiamati a compiere scelte sempre più precise.
